Raffaela Assisi

Il mio viaggio dal sud verso nord per cercare lavoro ma anche per avere una speranza. attraverso questo viaggio gli unici compagni sono l'amarezza e la consapevolezza che il posto che troverò non sara' mai la mia terra. E' un viaggio attraverso me stessa piu' che attraverso l'italia. sono pensieri che nascono da dentro. Che nascono dal cuore di un ormai trentenne che cerca di riprendere in mano la sua vita dopo molto tempo Spero vi piaccia

VOLEVO ESSERE MALEDETTA

Ogni essere umano ha un sogno nel cassetto.
Chi sogna il matrimonio degno di una principessa e chi invece di fare carriera nel lavoro o di diventare una star del jazz-set mondiale.
Io ho sempre avuto un sogno diverso.
Ho sempre sognato di poter dire al mondo ciò che pensavo, poterlo dire ad alta voce e in ogni lingua dell'universo conosciuto. Il mio sogno nel cassetto è sempre stato quello di diventare una scrittrice.
Leggere mi ha sempre portato ad un livello superiore, ogni libro, ogni novella, ogni poesia mi donava una parte di vita dello scrittore.
All'inizio scrivevo poesie, ma erano talmente intime che non volevo che nessuno le leggesse, e quando mia madre provava a leggere il mio diario io lo bruciavo e lo facevo sparire. I miei scritti erano troppo intimi erano una parte di me, e pensavo che chi li avrebbe letti senza capirne il senso mi avrebbe rubato l'anima.
E forse era così.
Quando dissi per la prima volta in famiglia che avrei voluto diventare un artista, che avrei voluto essere una scrittrice mi fu risposto che non c'era tempo per queste cose, dovevo studiare per cercarmi un lavoro. Non mi era permesso di avere "grilli per la testa".
Lo posso anche capire con il senno di poi, ma provate a spiegarlo a qualcuno di diciotto anni che si vede strappare dalle mani quel sogno e buttato nella spazzatura.
Per molto tempo feci il mio dovere andai avanti per la strada che mi era stata imposta e mi ordinai di fare ciò che era giusto fare. Trovai lavoretti privi di significato e con stipendi miserevoli.
Feci la cameriera per un locale il cui prorpietario non esitava a poggiarmi una mano sul sedere ogni volta che passava. Passai a fare la commessa per un mafioso che non mi diede mai tutti i soldi che mi spettavano.
Non era un granchè di vita.
Così un giorno, perfortuna e purtroppo lasciai la mia città natale e salì su un autobus che aveva come meta la città dei lavoratori: Milano.
Quando fui accompagnata all'autobus per qualche istante ebbi un'allucinazione.
Vidi scritto sull'autobus "lasciate ogni speranza voi che entrate".
Era già difficile per me abbandonare la vita e le persone che conoscevo, ma trasferimi in un posto ignoto e dipinto come una città fredda e materialista, pensavo mi avrebbe definitivamente uccisa e quell'ultimo barlume di ispirazione che mi portava ad andare avanti in una vita che non avevo scelto io si sarebbe spenta per sempre.
Nella mia terra era ancora estate quando partì. Era il 29 settembre 2000, me lo ricordo ancora.
La mia valigia piena di vestiti e di sogni per un futuro migliore mi pesava così tento che a volte pensavo di portare con me il peso di tutti i sogni infranti, i miei e di quelli che abitavano l'intero globo.
Il viaggio fu lungo e doloroso.
Davanti ai miei occhi scorrevano panorami a me familiari. Lunghe distese di terra e di acqua che si davano il cambio per rendere la visione meno noiosa.
Tutto questo mi creò un magone che per evitare di scoppiare a piangere dovetti mettermi a scrivere. Scrissi qualsiasi cosa.
Del dolore che provavo dentro, del mare che mi era sempre sembrato una creatura affascinante e amica, mentre ora vederlo così scuro e lontano mi dava la sensazione di un amico arrabbiato che pensava lo avessi abbandonato.
Man mano che attraversavo l'italia tutto davanti a me si faceva più chiaro, fino a far pensare che dove stavo andando non c'erano più stelle. A chi avrei raccontato i miei pensieri, a chi avrei letto le mie poesie se non avessi trovato al mio arrivo, l'unico pubblico che mi ascoltava in silenzio.
Scrissi fino a quando il cielo cominciò lentamente a schiarirsi e mi addormentai.
Penso di aver pianto nel sonno perchè ricordo che quando fummo all'autogrill di lodi e mi svegliai, sentì il viso tirato e gli occhi che facevano fatica ad aprirsi forse perchè le mie lacrime lasciate scorrere fecero da collante.
Quando scesi dall'autobus non piangevo più, ma il cielo era del colore del piombo e le prime gocce di pioggia cominciavano a scendere.
Ero partita che era ancora estate e dove stavo andando era già arrivato l'inverno.
Possibile che quel viaggio mi stava portando in una città fuori dal tempo.
Mi sembrò di andare verso quelle terre che erano descritte nei libri fantasy in cui il tempo si era fermato e la pioggia e la tristezza ne facevano da padroni, perchè la principessa era stata catturata e finchè non fosse stata libera il sole non sarebbe più tornato a splendere.
Avevo le capacità per salvare la principessa o dovevo ritornare nella mia terra per vedere ancora il sole?
Domande come queste imperversavano nella mia mente e nelle mie poesie.
Sentivo che mi stavo perdendo, stavo entrando in un circolo vizioso che poteva portarmi a dimenticare me stessa. Risalì sull'autobus appena finito di fumare la mia sigaretta e mi celai nella lettura di Baudelaire. Le flair du mal. Il mio rifugio, la mia pace, il mio Nirvana.
Ogni volta che lo leggevo cercavo di trarne il meglio, il meglio e il peggio.
Avrei dato qualsiasi cosa che avere la forza e il delirio di scrivere in quel modo, ma sapevo, purtroppo che quel delirio nasceva da un anima irrequieta molto più tormentata della mia.
Mi perdevo in quel tormento mentre da lontano si vedevano i fumi di quella cittaà che forse mi avrebbe dato qualcosa. Ma cosa?
Mentre consumavo i miei occhi tra le pagine del male e il finestrino mi resi conto che il mondo che si presentava davanti ai miei occhi era come un racconto cyberpunk.
La pioggia che scendeva su una lugubre città, la vidi da lontana ammantata di malinconia, quella tristezza che si vede negli occhi di un condannato con la mera consapevolezza che la sua vita non ha più una meta.
Andavo incontro ad una città che sembrava un condannato! Ed io chi ero? Il suo boia o solo un compagno di cella?
Investita da quei pensieri mi accorsi che eravamo giunti a destinazione solo quando sentì la pressione della mano di una donna sulla mia spalla.
Eravamo arrivati! Quattordici ore di viaggio.
Un viaggio che dal paradiso portava all'inferno.
Uscì dall'autobus e sotto la pioggia feci la fila per recuperare la mia valigia.
Le goccie scendevano incessanti.
Fu liberatorio.
Piansi, piansi da sola insieme a milioni di persone che in quel momento piangevano i loro sogni infranti.
Ero andata in cerca di fortuna e arrivai in una valle di lacrime.
Mio fratello venne a prendermi e mi porto' a casa con se. Nei giorni seguenti cercai di sistemarmi al meglio, avevo già un lavoro ma non riuscivo più a scrivere.
Avevo perso la mia ispirazione.
Ogni sera dalla finestra mi presentavo ad una platea vuota. Non c'era più nessuno ad ascoltarmi e forse per questo non trovavo più le parole per esprimermi.

I giorni andavano avanti senza che me ne rendessi conto.
L'unica cosa che mi faceva riflettere alla sera era la consapevolezza di vivere in un mondo in cui ognuno recitava una parte.
Mi consideravo una pazza perchè avevo sempre accuratamente evitato di usare la ragione, volevo vivere la mia maledizione con tutta me stessa, vivendo e sentendo ogni istante di questa vita. Ma davanti a me ogni giorno incontravo individui che si cimentavano nell'arte della ragione.
Io lavoravo per tormentarmi, per cercare l'ispirazione e anche per mangiare, mentre loro andavano a lavorare per essere qualcuno, più lavoravano più si realizzavano.
Vivevano in un folle equilibrio che rompeva gli argini di qualsiasi teoria sulla ragione umana. Ogni giorno che passava tentavo di ripristinare il mio colloquio cosmico ma probabilmente vivere da impiegata aveva distrutto in me ogni ispirazione, ogni magia tanto che da folle quale ero, cominciavo a sentirmi stretta in una morsa di regole che mi stavano distruggendo.



. Il tempo passava e l'anno nuovo era già arrivato.
E con l'anno nuovo ecco la freccia avvelenata.
La prima storia d'amore dopo tanta malinconia e tanta solitudine.
Dolce, gentile, sensibile, affascinante e bugiardo!
Una storia breve ma intensa che mi riportò sulla retta via. Avevo ritrovato la mia strada.
Parnassianesimo il mio mezzo, la mia voce, la mia maledizione era finalmente tornata.
Era inutile percorrere una strada insieme a tante ombre per cercare la mia alternativa, mi sentivo arida e sterile dentro ma poi quella delusione, l'imbarazzo per il tradimento avevano risvegliato in me quel dolore e quella vibrante sensazione di malessere che mi avevano portata a percorrere la parte migliore della mia vita.

Sono trascorsi quasi 5 anni da quel giorno, e solo in questi mesi riesco a prendere coraggio e cercare e voler a tutti i costi aprire nuovamente quel cassetto.
Quel cassetto che ha cambiato casa molte volte, e tante volte è rimasto in cantina perchè la casa era troppo piccola o perchè le mie compagne di stanza erano troppo rumorose.
Quel sogno mai abbandonato, era li in cantina e in soffitta, impolverato e ricoperto di anni di ozioso ottimismo e fasulle meditazioni sul come e sul cosa mi avrebbe portato ad aprirlo.

Cinque anni per comprendere le manie e le pervesioni di una mente che erano miracolosamente sfuggite al folle equilibrio di una società ipocrita che ti spinge a pensare che puoi farcela anche tu, ma se solo ci provi ti schiaccia come uno scarafaggio, come un parassita inopportuno.
Dopo cinque anni ancora tenevo la mano sulla maniglia del cassetto, cercando di decidermi se aprire in quel momento o aspettare per cercare terreno fertile per le mie paranoie per le mie follie.
Il tempo passa e sento la mia vita scorrere via in modo banale e senza senso. Scorresse almeno come le foglie di Whittman!!!
E così dopo aver cambiato casa per l'ennesima volta trovo una casa in un condominio che odio! E finalmente ritrovo la maledizione! Fuori dalla città, alzando gli occhi al cielo ritrovo il mio pubblico e la mia estasi ricomincia.
Dopo il trasloco finalmente ritrovo quel cassetto impolverato.
Dolce agonia del passato, mi ritrovo davanti al mio vaso di pandora, feroce guardiano dei miei pensieri e delle mie afflizioni.
Forse questa volta dopo oltre vent'anni potrei riuscire a diventare una scrittrice.
Ora lavoro e posso mantenermi, posso correre il rischio di avere grilli per la testa che mi fanno sognare. Posso dare libero sfogo alla mia anima tanto torturata.
Potrebbe essere il momento giusto per ottenere quella benedetta maledizione che mi lascerà diventare una scrittrice?